Usiamo l’AI come gadget, non come infrastruttura
Ottantasette percento. Quando ho letto questo numero
nel report Karbon “State of AI in Accounting 2026” – la fotografia più ampia che abbiamo sucome gli studi professionali stanno vivendo l’intelligenza artificiale, costruita su risposte da sei continenti – la prima reazione è stata di sollievo: finalmente la professione si sta muovendo, finalmente stiamo adottando gli strumenti che possono trasformare il lavoro quotidiano.
Poi ho guardato meglio i numeri e quel sollievo si è trasformato in qualcosa di diverso:
- ChatGPT domina l’87% di utilizzo tra i professionisti contabili
- Microsoft Copilot segue al 53%
- Google Gemini è al 34%
La logica apparente è semplice: si usa quello che si conosce, quello che ha la barriera d’ingresso più bassa, quello che non richiede di rivoluzionare le abitudini consolidate. Sembra un dato di successo, ma è il sinonimo di una sconfitta strategica.
Il paradosso dello strumento isolato
C’è qualcosa che non torna in questi numeri, qualcosa che dovrebbe farci riflettere con più attenzione di quanto lo stiamo facendo. ChatGPT non è un ecosistema di applicazioni di lavoro: è uno strumento singolo, per quanto potente, che fa alcune cose molto bene ma che vive al di fuori dei processi quotidiani dello studio.
Microsoft 365 e Google Workspace, invece, sono già ambienti dove passiamo le nostre giornate lavorative – Outlook e Gmail per le email, Word e Docs per i documenti, Excel e Sheets per i fogli di calcolo, Teams e Meet per le riunioni e tutto il resto che ormai fa parte del tessuto operativo di qualsiasi studio professionale.
E qui sta il paradosso che questi dati ci mettono davanti:
- il 53% usa Microsoft Copilot, che è già integrato in tutti gli strumenti che usiamo ogni giorno, che ha già incluso il modello GPT-5.2 di OpenAI e presto integrerà anche Claude per le funzionalità di Excel
- Il 34% usa Google Gemini che vive dentro l’ecosistema Workspace
- l’87% esce da questi ambienti già potenziati dall’AI per andare a usare ChatGPT, uno strumento singolo che non è integrato nei processi, che richiede di copiare e incollare contenuti da una finestra all’altra, che non parla con il nostro calendario, con le nostre email e con i nostri documenti condivisi.
Mi chiedo – e la domanda non è retorica – perché usciamo dal nostro ambiente di lavoro che è già potenziato dall’intelligenza artificiale per andare a prendere uno strumento singolo che non è integrato, che costa altri soldi, che frammenta la governance perché non tutti lo usano allo stesso modo, che espone i dati dello studio a rischi che forse non stiamo valutando con la dovuta attenzione?
La memoria di quarant’anni
C’è un parallelo storico che mi torna in mente ogni volta che affronto questo tema e che racconto qualcosa di importante sulla nostra professione. Quarant’anni fa, quando andavo a installare un computer in uno studio di dieci persone, l’investimento era riservato a pochi: otto o nove milioni di vecchie liri per una macchina sola, più la licenza del software, più la formazione necessaria per usarla, era un investimento importante, pensato, discusso e strategico. Lo facevamo perché capivamo che era il futuro, che potevamo restare indietro, che quella tecnologia avrebbe cambiato il modo di lavorare e infatti lo ha cambiato.
Poi sono passati gli anni e oggi come minimo abbiamo due monitor per ogni nostro collaboratore, nessuno discute più se sia necessario, nessuno si chiede se sia un costo giustificato: è semplicemente produttività, è dignità del posto di lavoro, è il minimo indispensabile per lavorare in modo efficiente. Abbiamo raddoppiato gli schemi senza battere ciglio perché era ovvio che servisse.
E adesso?
Abbiamo timore, dubbi, esitazioni per spendere circa trenta euro al mese per ogni nostro collaboratore. Trenta euro, meno di un caffè al giorno. Abbiamo speso fortune per le macchine, abbiamo raddoppiato gli schemi, ma quando si tratta di potenziare le persone – non l’hardware, le persone – improvvisamente diventiamo prudenti, diventiamo cauti, diventiamo scettici.
Non abbiamo un euro al giorno per ogni persona dello studio? Per potenziare le nostre persone, per garantire la sicurezza dei dati, per aumentare l’efficienza, per costruire la crescita innovativa che ci servirà per competere nei prossimi dieci anni?
Il rischio invisibile che stiamo correndo
C’è un fenomeno che sta attraversando gli studi professionali italiani e che sfugge quasi completamente alla governance e alle policy ufficiali. Ha un nome tecnico — BYOAI, Bring Your Own AI — e indica l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale non autorizzati dall’organizzazione. Secondo i dati del Politecnico di Milano, il 73% dei lavoratori italiani utilizza strumenti di AI non autorizzati sul posto di lavoro. Tre lavoratori su quattro.
Questo significa che i collaboratori — probabilmente anche quelli del tuo studio — stanno già usando ChatGPT o altri strumenti simili per svolgere attività quotidiane: redigere email, preparare bozze di documenti, cercare informazioni, elaborare testi, lo stanno facendo senza dirlo, perché non c’è una policy che lo consenta esplicitamente, perché temono che venga visto come una scorciatoia, perché non c’è stata una discussione aperta sull’argomento.
E mentre lo fanno, dati fiscali e informazioni sensibili dei clienti potrebbero transitare su server esterni senza alcun controllo, senza alcuna consapevolezza da parte del titolare, senza alcuna valutazione dei rischi in termini di riservatezza e responsabilità professionale.
Per risparmiare un euro al giorno, ne rischiamo migliaia, per non investire in strumenti aziendali governati, lasciamo che l’AI entri nei nostri studi in modo caotico, frammentato, potenzialmente pericoloso. L’assenza di una strategia non ha impedito l’adozione: l’ha semplicemente resa incontrollabile.
Le quattro dimenticanze
Quando guardo questi dati — l’87% su ChatGPT, l’esitazione sugli investimenti, il fenomeno BYOAI — vedo una professione che sta inseguendo l’AI con ansia invece di governarla con strategia. Vedo il bisogno di “far vedere che uso l’AI” che vince sulla domanda giusta, quella che dovremmo porci prima di qualsiasi altra: “come l’AI migliora il mio studio?” E in questa corsa senza direzione, ci stiamo dimenticando quattro cose fondamentali:
1. Le nostre persone. Invece di potenziarle con strumenti governati, le lasciamo arrangiarsi da sole con account personali gratuiti, diciamo che “le persone sono al centro” ma non investiamo un euro al giorno per dare loro gli strumenti giusti, le abbandoniamo a sperimentare in solitudine, senza formazione, senza linee guida, senza la possibilità di imparare dagli errori degli altri.
2. La sicurezza. Invece di proteggere i dati dei clienti con piattaforme aziendali, li esponiamo a rischi che non stiamo nemmeno calcolando, ogni collaboratore che usa ChatGPT con il proprio account personale gratuito sta potenzialmente caricando informazioni fiscali, dati sensibili, documenti riservati su server che non controlliamo e non possiamo controllare.
3. L’efficienza. Invece di integrare l’AI nei processi esistenti, creiamo isole separate che richiedono continui copia-incolla da una finestra all’altra, perdiamo in collaborazione, in condivisione, in quella fluidità operativa che gli ecosistemi integrati come Microsoft 365 e Google Workspace potrebbero già garantirci.
4. La crescita innovativa. Invece di costruire un vantaggio competitivo duraturo, inseguiamo l’ultimo modello senza chiederci come si inserisce nella visione complessiva dello studio. Corriamo dietro alle novità per non sembrare arretrati, ma senza una strategia che trasformi l’adozione in valore reale.
La scelta che abbiamo davanti
Non sto dicendo che ChatGPT sia uno strumento sbagliato, è potente, è utile, ha democratizzato l’accesso all’AI in modi che fatichiamo ancora a comprenderlo appieno. Sto già dicendo che usarlo come strumento principale, isolato dagli ecosistemi di lavoro che già abbiamo, è il sintomo di una strategicamente manca, è come se avessimo comprato l’automobile più veloce del mercato ma la usassimo solo nel parcheggio sotto casa, senza mai portarla in autostrada.
Microsoft Copilot e Google Gemini non sono alternative peggiori perchè meno famose: sono scelte stategicamente più sensate perchè già vivono dove viviamo noi. Ogni email scritta con Copilot è già integrata con il calendario, con i contatti, con i documenti condivisi. Ogni foglio di calcolo analizzato con Gemini è già connesso con il resto dell’ecosistema Workspace. Non c’è bisogno di copiare e incollare, di esportare e importare, di costruire ponti tra mondi separati.
E soprattutto – ed è questo il punto che dovrebbe pesare di più nelle nostre valutazione – sono gli strumenti aziendali con governance aziendale. I dati restano sotto il controllo. Le policy di sicurezza sono definite a livello di studio. L’adozione è uniforme, tracciabile e gestibile. Non ci sono collaboratori che usano account personali gratuiti caricando dati dei clienti su server che non controlliamo.
La domanda di questa settimana: nel tuo studio, l’AI è una scelta strategica governata o un’inflazione silenziosa che stai subendo?



