Nel precedente articolo abbiamo parlato della vera crisi che attraversa gli studi: non è la tecnologia, non è l’intelligenza artificiale. È la mancanza di persone. La difficoltà a trovare, tenere e far crescere collaboratori che vogliono investire una parte importante della propria vita professionale dentro uno studio.
Abbiamo visto come l’intelligenza artificiale, invece di essere “il mostro” che ruba il lavoro possa diventare un attrattore: un motivo per cui un giovane talento sceglie uno studio e non un altro. Dove vede strumenti moderni, cultura aperta al cambiamento, tempo liberato dalle ripetizioni per concentrarsi su ciò che conta davvero.
Ma c’è un problema che osservo ogni settimana. L’entusiamo senza azione è solo rumore e sul tema AI di rumore nella professione ce n’è moltissimo: convegni, webinar, newsletter, post sui social, proclami su “rivoluzioni” e “cambi di paradigma”. Di azione concreta, invece c’è poca. Molto poca.
E questa distanza tra parole e fatti, tra entusiamo dichiarato e investimento reale, sta iniziando a creare una frattura profonda all’interno della professione: tra chi forma e chi aspetta, tra chi mette l’AI nelle mani delle persone e chi resta a guardare dal bordo del campo.
I numero del paradosso
Per capire la portata del problema, vale la pena guardare cosa sta succedendo fuori dalla nostra bolla.
A livello globale, l’AI non è più una promessa: è già dentro i processi contabili e di revisione. Il report “The State of AI in Accounting 2025” di Karbon mostra che l’83% degli studi utilizza già strumenti di intelligenza artificiale in qualche forma, spesso per automatizzare attività ripetitive, elaborare documenti, supportare l’analisi. Ancora più interessante: l’85% dei professionisti si dichiara entusiasta o almeno incuriosito dal potenziale dell’AI nella propria attività quotidiana.
Il paradosso emerge quando si guarda al lato formazione: sempre secondo i dati internazionali (anche il mercato italiano è stato incluso) poco più di un terzo degli studi investe in modo strutturato nella formazione AI del propri collaboratori. In molte survey il numero oscilla attorno al 30%-40%: la maggioranza, quindi, si limita a sperimentazioni sporadiche o a iniziative isolate. L e ricerche sulle competenze AI mostrano che oltre il 70% dei commercialisti è pronto a migliorare le proprie competenze AI, ma solo una minoranza distribuisce formazione al proprio studio.
L’istituto inglese dei chartered accountants parla apertamente di “AI skills gap” come bomba a orologeria per la professione.
Intanto il costo dell’inazione si sta facendo misurabile
Gli studi che hanno piani AI strutturati e investono in competenze registrano margini di profitto superiori del 19% rispetto agli studi attendisti. Ricerche come “The Productivity Payoff” di Accenture confermano differenziali di produttività a doppia cifra per chi non si limita a comprare un software, ma ripensa i processi e forma le persone.
Chi è formato risparmia il 71% di tempo in più rispetto a chi non lo è: 79 minuti invece di 49 per le stesse attività. Gli studi che investono in formazione AI guadagnano fino a sette settimane di capacità aggiuntiva per collaboratore all’anno.
Non è più tempo di “aspettare e vedere”. Il 27% dei professionisti è preoccupato che il divario tra studi che investono e studi che rimandano diventi incolmabile. E non si tratta solo di un divario tecnologico: è un divario di competenze, di attrattività, di sostenibilità del modello di studio.
Ed è dentro questo divario che si sta infilando un fenomeno di cui si parla ancora troppo poco: il BYOAI.
Il silenzio che esplode: BOYAI negli studi
C’è un dato che, più di altri, racconta il clima che si respira negli uffici e negli studi professionali.
Da un lato, come abbiamo visto, circa l’85% dei professionisti è entusiasta dell’AI o comunque la considera un’opportunità. Dall’altro lato, in molte survey, solo una minoranza di questi crede che i propri collaboratori condividano davvero lo stessoo entusiamo. Ognuno pensa di essere “quello un pò fissato con l’AI”, circondato dacolleghi e collaboratori scettici o indifferenti.
Risultato: si crea una spirale di silenzio. Nessuno parla, nessuno chiede, nessuno propone perchè ognuno pensa di essere l’eccezione. E in questo silenzio, succede qualcosa di molto concreto.
I dati del Microsoft Work Trend Index raccontano che tre lavoratori su quattro usano già l’AI al lavoro. Ma il dato più interessante è un altro: circa il 75-80% porta i propri strumenti da casa cioè utilizza account personali
Si chiama BYOAI: Bring Your Own Artificial Intelligence, è il nuovo BYOD (Bring Your Own Device) di qualche anno fa, ma con una differenza fondamentale:
Non si tratta più solo di un dispositivo fisico (lo smartphone personale), si tratta di un livello cognitivo che suggerisce testi, elabora dati, produce documenti, interpreta informazioni.
Articoli pubblicati su testate come Fast Company mostrano il rovescio della medaglia: il 57% dei dipendenti che usano AI ammette di aver commesso errori a causa dell’uso improprio di questi strumenti, e il 44% dichiara di farne un uso non allineato alle policy (quando esistono) o comunque non trasparente verso l’organizzazione.
Tradotto negli studi professionali
Il collaboratore usa il suo ChatGPT gratuito per preparare una bozza di email al cliente. Carica un estratto di un documento per farsi aiutare in un riepilogo. Chiede all’AIuna traccia per una relazione, un parere e una comunucazione dedicata.
Tutto questo, nella maggior parte dei casi: senza che lo studio sappia, senza regole chiare su cosa si può fare e cosa no, senza una revisione strutturata dei rischi (privacy, deontologia, errori di contenuto).
Il silenzio dei titolari non è neutrlità, è un vuoto, un vuoto che i collaboratori riempiono da soli, con gli strumenti che trovavano, nel modo che riescono, sulla base di video, tutorial e consigli sparsi.
Se lo studio non guida l’uso dell’AI, l’intelligenza artificiale entra comunque. Ma entra in forma di uso “ombra”, non governato. E questo, per una professione ad alt resonsilità come quell del commercialista, è una contraddizione troppo grande per essere ignorata.
Quello che vedo ogni settimana
Quando incontro gli studi professionali – e nel 99% dei casi parlo con i titolari, i soci, i partner – la domanda è quasi sempre la stessa:
- “Quale software posso usare per automatizzare la contabilità?”
- “Quali tool sono migliori per l’analisi di bilancio?”
- “Come collegare delle API del gestionale per costruire il cruscotto di BI ?”
Il cruscotto perfetto, quello che piacerà tantissimo al titolare e a due clienti selezionati. Impatto sistemico sullo studio: spesso, zero.
Si parte dal tool, non dal problema. Si parte dalla tecnologia, non dalle persone.
Poi vado agli eventi, alle docenze, ai convegni e vedo i commercialisti, i partner, i senior, ma dei collaboratori non vedo quasi mai nessuno. Chi presidia i processi, chi vive nelle anagrafiche, chi si confronta ogni giorno con scadenze, riconciliazioni, controlli di coerenza, raramente ha voce in capitolo e quasi mai posto in sala.
È come se la formazione fosse un privilegio del vertice, non un investimento sulla base, come se l’AI dovesse essere capita dai vertici e poi “calata” in modo magico sugli altri.
Nel frattempo, in studio, cosa succede? Succede che si lascia fare. In silenzio. Il collaboratore si arrangia con il suo ChatGPT gratuito, prova una prompt per velocizzare una lettera, testa un modello per spiegarsi meglio una norma, chiede aiuto per riassumere un atto. Sbaglia, corregge, riprova.
Qualcuno impara. Qualcun altro si brucia le dita, si spaventa, smette. Qualcun altro ancora continua a usarla “di nascosto”, temendo il giudizio o il divieto.
E qui arriva il paradosso del caffè
Un abbonamento a un modello avanzato (come ChatGPT a pagamento o tool equivalenti) costa nell’ordine dei 20–30 euro al mese per collaboratore. Meno di un euro al giorno. Meno del costo del caffè che offriamo al cliente quando entra in studio.
Il ROI documentato dalle ricerche? Da nove a tredici volte il costo dell’abbonamento in produttività recuperata. L’uso consapevole dell’AI può far risparmiare ore a settimana su compiti ripetitivi, liberando tempo per attività a maggior valore: revisione critica, relazione con il cliente, analisi prospettica. Se anche solo una parte di queste ore viene trasformata in lavoro fatturabile o in qualità superiore del servizio, il ritorno dell’investimento supera di molte volte il costo dell’abbonamento mensile.
Eppure, per molti studi, quei 20–30 euro al mese “sono troppi”. Troppi per ogni collaboratore. Troppi per sistematizzare un uso consapevole. Troppi per smettere di affidarsi al caso e iniziare a costruire una cultura.
Gli studi che vedo funzionare davvero, invece, fanno una cosa molto semplice e molto controintuitiva: partono dal basso
Non dal titolare che cerca il tool definitivo, ma dagli operatori che chiedono:
“Come posso semplificare questa attività che mi porta via due ore ogni settimana?” “Come posso ridurre gli errori su questa riconciliazione che rifaccio tre volte?” “Come posso preparare meglio questa risposta al cliente, partendo da un modello e poi mettendoci la mia testa?”
Partono dal back office, dalla segreteria, dall’amministrazione. Da chi fa il lavoro ripetitivo ogni giorno e sa esattamente dove si perde tempo, energia, qualità. È lì che l’AI ha impatto vero. È lì che puoi misurare differenze, ridisegnare flussi, documentare buone pratiche. È lì che si costruisce cultura.
Ma per farlo serve una condizione semplice e, allo stesso tempo, rarissima: bisogna parlarne. Bisogna investire. Bisogna essere presenti.
Governare, non subire
Se mettiamo insieme tutti i pezzi, si vede un circolo vizioso che molti studi stanno alimentando senza accorgersene, e se non investi in formazione AI:
- I collaboratori si arrangiano da soli, ognuno col proprio tool
- Nessuno condivide davvero metodi ed errori
- Lo studio non sviluppa competenze collettive, solo “isole di bravura” individuali
- Il divario con gli studi che formano e strutturano l’uso dell’AI cresce
- Attiri sempre meno giovani che cercano ambienti innovativi
- Torni al punto di partenza: crisi di persone, difficoltà a trovare e trattenere talenti.
Esiste però anche un circolo virtuoso, che si vede nei casi più lungimiranti e decidi di investire
- Tempo, attenzione, budget – in formazione AI per base e middle level
- I collaboratori iniziano a usare gli strumenti con consapevolezza, dentro cornici chiare di responsabilità
- Si condividono casi d’uso, errori, miglioramenti: nasce un linguaggio comune, una cultura interna
- Lo studio sviluppa un vantaggio competitivo concreto: più velocità, più qualità, più capacità di stare vicino al cliente
- I giovani vedono uno studio che non teme l’AI ma la utilizza per far crescere le persone, non per sostituirle
- Rompi il ciclo della crisi silenziosa e trasformi l’AI da minaccia percepita a leva dichiarata di attrazione e crescita.
Formare non è un costo. È l’unico investimento che moltiplica il tempo. La formazione AI non è, prima di tutto, una questione tecnica. È una questione di leadership. Di visione. Di coraggio imprenditoriale. Perché l’AI non si governa comprando un software, delegando a un fornitore o aspettando che “la normativa sia chiara”.
L’AI si governa costruendo una cultura
In cui i collaboratori possono fare domande. In cui l’errore diventa occasione di apprendimento. In cui gli strumenti vengono scelti e valutati in funzione delle persone e dei processi, non il contrario. In cui il vertice smette di chiedere solo “qual è il tool giusto?” e inizia a chiedere “cosa serve davvero alle mie persone per lavorare meglio?”.
Il futuro non si subisce, si governa
Ma per governarlo, bisogna prima decidere di investire nelle persone che dovranno guidarlo. Non solo nei titolari, non solo nei partner, ma nella base viva dello studio: collaboratori, impiegati, staff.
Sono loro, ogni giorno, a tenere in piedi i numeri, le scadenze, i rapporti con i clienti. Se l’AI non parte da lì, resterà solo un altro slogan sul sito dello studio. Se parte da lì, può diventare il motore silenzioso che ricompone la crisi di persone e apre davvero una nuova stagione per la professione.
Ci vediamo al prossimo articolo. Nel frattempo, provate a chiedere ai vostri collaboratori come stanno usando l’AI. La risposta potrebbe sorprendervi. AI. Lo stanno facendo con voi o senza di voi?



