Il report pubblicato da Karbon è il risultato di un questionario dettagliato sull’intelligenza artificiale nel loro lavoro quotidiano. Quello che ne e uscito e probabilmente la fotografia più completa che abbiamo oggi su come gli studi professionali di tutto il mondo stiano vivendo questa trasformazione – non nelle dichiarazioni di principio, non nelle visioni futuristiche, ma nella concretezza di chi ogni mattina apre lo studio, accende il computer e deve decidere se e come usare questi strumenti che promettono di cambiare tutto.
Ma prima di entrare nei numeri – e ce ne sono molti che meritano attenzione – vale la pena soffermarsi su un dato preliminare che cambia la prospettiva con cui leggere tutto il resto: chi sono questi professionisti che hanno risposto, che tipo di studi rappresentano, che ruolo ricoprono.
Il 22% lavora in micro-studi con uno a tre collaboratori, quelli dove il titolare e contemporaneamente stratega, operativo, commerciale e spesso anche addetto alle pulizie metaforiche di fine giornata. Il 27% viene da studi con quattro-dieci persone, quella dimensione in cui si inizia ad avere qualche forma di specializzazione ma dove tutti fanno ancora un po’ di tutto. Significa che quasi la meta dei rispondenti – il 49% – rappresenta realta piccole, quelle che conosciamo bene, quelle che costituiscono l’ossatura del tessuto professionale in Italia come altrove.
E chi ha compilato materialmente il questionario? Il 51% sono titolari, partner, direttori – le persone che prendono le decisioni, che firmano gli investimenti, che si portano a casa le preoccupazioni strategiche insieme a quelle operative. Il 20% sono collaboratori individuali – commercialisti, contabili, chi fa il lavoro quotidiano sui clienti. Non stiamo parlando di un sondaggio fatto nelle sale riunioni delle Big Four, stiamo parlando di commercialisti che gestiscono studi professionali con le stesse sfide, gli stessi ritmi, le stesse pressioni che conosciamo.
Questo contesto demografico e fondamentale perché trasforma ogni numero che segue: non sono statistiche astratte di un mondo lontano, sono risposte di professionisti che vivono giornate simili alle nostre.
La fotografia dell’adozione: più diffusa di quanto sembri
Il primo numero che emerge dal report e di quelli che fermano la lettura: il 98% dei professionisti intervistati dichiara di usare già l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro. Non sta valutando di introdurla, non ne ha sentito parlare e ci sta pensando, non ha fatto qualche prova sporadica. La usa, oggi, concretamente, come parte del proprio flusso di lavoro.
Un anno fa la percentuale era dell’86%, l’anno prima del 78%. La curva di adozione e ripida e non mostra segni di rallentamento, e quel 2% che ancora dichiara di non usare l’AI comincia ad assomigliare – con tutto il rispetto per le scelte individuali – a quei colleghi che vent’anni fa sostenevano che internet fosse una moda passeggera e che i clienti avrebbero sempre preferito portare i documenti in studio di persona.
Ma il dato sull’adozione diventa ancora più interessante quando si guarda alla frequenza d’uso: il 74% usa l’AI quotidianamente, il 55% più volte al giorno. Non e uno strumento che si tira fuori per le occasioni speciali, e diventato parte dell’infrastruttura operativa quotidiana, come la posta elettronica, come il gestionale, come il telefono.
C’è pero un secondo numero che merita altrettanta attenzione, e che racconta una storia più complessa. L’83% dei rispondenti si dichiara ottimista riguardo alle capacita dell’intelligenza artificiale – una maggioranza schiacciante che suggerisce un sentimento diffuso di apertura e curiosità verso questi strumenti. Eppure, quando agli stessi professionisti si chiede cosa pensino dei loro colleghi, solo il 18% crede che gli altri siano entusiasti dell’AI.
C’è un gap di 65 punti percentuali tra quello che proviamo e quello che pensiamo provino gli altri. E un dato che racconta qualcosa di importante sulla nostra categoria: c’è un entusiasmo diffuso ma silenzioso, una sperimentazione che avviene a porte chiuse senza troppa condivisione, una sorta di pudore nel parlare apertamente di come stiamo usando questi strumenti e di cosa stiamo scoprendo. Come se ognuno stesse esplorando per conto proprio, senza il confronto che potrebbe accelerare l’apprendimento collettivo, senza quella condivisione di errori e successi che permetterebbe a tutti di progredire più velocemente.
Questo silenzio ha un costo che forse non stiamo calcolando: impedisce di imparare dagli errori già fatti da qualcun altro, rallenta la diffusione delle pratiche che funzionano, lascia ognuno solo davanti a sfide che altri hanno già affrontato e risolto.
Gli strumenti e i casi d’uso: dove si sta spostando il valore
Quando si passa a esaminare quali strumenti vengono effettivamente utilizzati, il quadro che emerge riflette una logica di praticità e accessibilità che ha senso. ChatGPT domina con l’87% di utilizzo – la sua notorietà globale e la disponibilità di una versione gratuita hanno creato una barriera d’ingresso bassissima che lo ha reso il punto di partenza naturale per chiunque volesse iniziare a sperimentare. Microsoft Copilot segue al 53%, forte dell’integrazione con gli strumenti Office che molti studi già usano quotidianamente. Google Gemini e al 34%, Grammarly al 26%, e poi una coda di strumenti più specializzati.
La logica e chiara: si adottano prima gli strumenti che richiedono meno sforzo di integrazione, quelli che si innestano naturalmente nei flussi di lavoro esistenti, quelli che non richiedono di rivoluzionare le abitudini consolidate. E un approccio pragmatico che ha permesso un’adozione rapida e diffusa.
Ma e quando si guarda ai casi d’uso concreti che si inizia a vedere qualcosa di più interessante, un’evoluzione che va oltre la semplice automazione delle attività ripetitive. Per il terzo anno consecutivo la comunicazione resta il caso d’uso più diffuso, con il 77% dei professionisti che usa l’AI per comporre email, affinare testi, migliorare la qualità della comunicazione scritta con i clienti – un incremento del 14% rispetto all’anno precedente che conferma come questo sia diventato l’uso più naturale e immediato.
Quello che cambia, e che racconta dove sta andando la professione, sono i casi d’uso che crescono più velocemente. Le trascrizioni delle riunioni sono balzate al 59% con un incremento del 19% in un solo anno – significa che sempre più professionisti stanno scoprendo il valore di avere un assistente che cattura tutto quello che viene detto in un incontro, genera automaticamente i punti d’azione, permette di essere presenti nella conversazione invece di prendere appunti freneticamente. La ricerca, il brainstorming e il problem solving sono al 58%, anche qui con un balzo del 19% – l’AI come partner di pensiero, come interlocutore con cui ragionare su problemi complessi, come strumento per esplorare rapidamente opzioni e scenari.
Ma il caso d’uso emergente più significativo e forse la redazione di procedure operative standard, policy interne e documentazione di processo, che e al 43% e sta crescendo rapidamente. E un segnale importante perchè indica uno spostamento dall’AI come strumento tattico all’AI come strumento strategico: non più solo aiutami a scrivere questa email ma aiutami a strutturare come lavoriamo, a documentare i nostri processi, a creare la base di conoscenza del nostro studio.
E il passaggio dall’automazione del fare all’automazione del pensare, e sta già accadendo.
Il tempo ritrovato e il paradosso della formazione
Se c’è un numero che parla direttamente alla quotidianità di ogni professionista, e questo: chi usa l’intelligenza artificiale risparmia in media 60 minuti al giorno. Un’ora. Ogni giorno lavorativo. Che si traduce in circa 21 ore al mese, praticamente tre giornate lavorative intere che tornano disponibili per attività a maggior valore – o semplicemente per uscire dallo studio a un orario più umano.
Il dato diventa ancora più eloquente quando si disaggrega per livello di competenza: chi si autodefinisce principiante nell’uso dell’AI risparmia 48 minuti al giorno, chi si considera a un livello intermedio ne risparmia 61, chi ha raggiunto un livello avanzato arriva a 82 minuti – oltre mezz’ora di differenza tra chi sta muovendo i primi passi e chi ha investito tempo per padroneggiare questi strumenti. La competenza paga, in termini molto concreti e misurabili.
E qui emerge quello che potremmo chiamare il paradosso della formazione. I professionisti che lavorano in studi che offrono formazione sull’AI risparmiano il 28% di tempo in più rispetto a chi lavora in studi che non la offrono, con due terzi di loro che risparmiano tra 60 e 150 minuti al giorno – fino a 55 ore al mese, quasi sette giornate lavorative. La formazione non è un costo, è un moltiplicatore di efficienza che si ripaga abbondantemente.
Eppure, nonostante questi numeri inequivocabili, meno della metà degli studi – il 46% per la precisione – sta investendo in formazione per il proprio team. Si stanno facendo progressi, il dato e salito del 9% rispetto all’anno scorso, ma resta un divario enorme tra quello che la formazione potrebbe dare e quello che gli studi stanno effettivamente facendo per catturare quel valore.
Lo stesso schema si ripete quando si guarda alle infrastrutture organizzative. Solo il 21% degli studi ha una policy sull’uso dell’AI – regole chiare su cosa si può fare, come proteggere i dati dei clienti, come verificare la qualità degli output. Solo il 21% ha una strategia documentata – una visione condivisa di dove si vuole andare, quali competenze sviluppare, quali strumenti adottare. Eppure chi ha queste infrastrutture ne beneficia concretamente: chi ha una policy risparmia il 17% di tempo in più, chi ha una strategia il 20% in più.
Non è burocrazia che rallenta l’innovazione – è chiarezza che la accelera. Le fondamenta organizzative non sono un freno ma un moltiplicatore, eppure quattro studi su cinque stanno cercando di costruire senza averle posate.
Il lato umano: quello che non ti aspetti
Una delle paure più diffuse quando si parla di intelligenza artificiale negli studi professionali e che questi strumenti finiscano per disumanizzare il lavoro, per trasformare i professionisti in operatori di macchine, per erodere quella relazione personale con il cliente che per molti rappresenta il cuore stesso del mestiere e la ragione per cui hanno scelto questa professione invece di andare a lavorare in una grande organizzazione.
I dati del report raccontano una storia diversa, quasi controintuitiva. L’82% dei rispondenti afferma che l’AI ha avuto un impatto positivo sul proprio studio – una maggioranza che non lascia molto spazio a interpretazioni alternative. Ma e quando si va a vedere quali siano i benefici più citati che emerge qualcosa di inaspettato: al primo posto non c’è l’automazione, non c’è il risparmio di tempo sulle attività ripetitive, non c’è l’efficienza operativa.
Al primo posto ci sono le relazioni con i clienti, citate dal 48% dei rispondenti come area che ha beneficiato dell’introduzione dell’AI. Al secondo posto la collaborazione interna tra colleghi, citata dal 34%. I due benefici principali sono entrambi legati alla dimensione umana del lavoro, non a quella tecnica.
L’interpretazione che emerge da questi numeri ribalta molte delle narrative catastrofiste che circolano sull’AI: l’intelligenza artificiale non sta sostituendo il lavoro umano, lo sta liberando. Automatizzando le attività ripetitive e a basso valore, lascia più tempo per il lavoro relazionale. Velocizzando la ricerca e l’analisi, permette di arrivare dal cliente con risposte migliori e più tempestive. Trascrivendo le riunioni e generando i follow-up, consente di essere più presenti durante gli incontri invece di dividere l’attenzione tra l’ascolto e gli appunti.
L’AI sta permettendo di fare più lavoro umano, non meno. Ma questo richiede una scelta consapevole su come usare il tempo che si libera – se lo si riempie semplicemente con più attività operative, il beneficio relazionale non si materializza.
Le tensioni sotto la superficie
Il report non nasconde le ombre, e alcune di queste meritano attenzione perchè potrebbero definire le sfide dei prossimi anni.
La sicurezza dei dati e la preoccupazione che cresce più velocemente: l’83% dei professionisti la cita come fonte di preoccupazione, sette punti percentuali in più rispetto all’anno scorso e diciannove in più rispetto a tre anni fa, quando il report e iniziato. E una curva che sale insieme all’adozione, e ha senso: più si usa l’AI con i dati sensibili dei clienti, più ci si chiede dove finiscano quei dati, chi possa accedervi, cosa succederebbe in caso di violazione. Non e paranoia, e consapevolezza che cresce insieme alla dipendenza da questi strumenti.
Le preoccupazioni etiche – Bias negli algoritmi, equità delle decisioni automatizzate, trasparenza dei processi – sono citate dal 51% dei rispondenti, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Il 22% teme che l’AI possa portare a una sostituzione completa di alcuni ruoli professionali, otto punti in più rispetto all’anno scorso.
Ma forse il dato che richiede la lettura più attenta riguarda una tensione interna agli studi che il report illumina senza giudicare: il 76% dei titolari si dichiara entusiasta della possibilità di usare l’AI per ridurre le assunzioni nei prossimi due anni. Contemporaneamente, il 37% dei collaboratori operativi esprime preoccupazione per il proprio futuro professionale.
Non e una contraddizione, e una tensione reale che attraversa molti studi – tra chi guida e vede opportunità di efficienza, e chi lavora e vede rischi per la propria posizione. E una conversazione che sta avvenendo silenziosamente, o forse non sta avvenendo affatto, e che prima o poi dovrà emergere.
Conclusione: dove sta andando la professione
Se dovessi estrarre tre direzioni di marcia da questa fotografia globale, sarebbero queste.
La prima: l’intelligenza artificiale sta diventando infrastruttura. Con il 98% di adozione e tre quarti dei professionisti che la usano quotidianamente, la domanda non e più se usarla ma come usarla bene. Chi ancora si chiede se valga la pena iniziare sta già accumulando un ritardo che diventerà sempre più difficile da colmare, non perché l’AI sia una moda da seguire ma perché sta diventando uno strato tecnologico di base su cui si costruisce tutto il resto.
La seconda: il vantaggio competitivo si sta spostando dagli strumenti alle competenze. ChatGPT costa uguale a Milano e a Sydney, Microsoft Copilot ha lo stesso prezzo ovunque – gli strumenti sono democratici, accessibili a tutti. Ma chi investe nella formazione del proprio team, chi costruisce competenze profonde invece di fermarsi all’uso superficiale, sta aprendo un divario che sara difficile da colmare. La differenza tra 48 e 82 minuti risparmiati al giorno – tra principianti e avanzati – e una differenza che si accumula giorno dopo giorno, mese dopo mese.
La terza: chi costruisce struttura oggi raccoglierà domani. Policy, strategia, governance non sono orpelli burocratici da rimandare a quando si avrà tempo – sono le fondamenta su cui si costruisce un uso efficace e sicuro dell’AI. Il 17-20% di tempo in più risparmiato da chi le ha già messe in piedi e un dividendo che si paga da subito.
Ma forse il dato più importante di questo report non è nessuno di questi numeri: e quel gap di 65 punti tra l’entusiasmo che proviamo (83%) e quello che pensiamo provino i colleghi (18%). Racconta una professione che sta cambiando più velocemente di quanto riesca a raccontarsi, che sperimenta in silenzio invece di condividere, che potrebbe andare molto più veloce se solo iniziasse a parlare.
La domanda di questa settimana: Nel tuo studio, l’AI è un argomento di conversazione aperta o un esperimento silenzioso?



